eticamente

SOCIAL RESPONSIBILITY

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Due scatti dell’attuale campagna a/i di Valentino

La cronaca li scova quotidianamente e li rivela. Decine e decine di laboratori clandestini dove lavorano bambini, immigrati che vi mangiano e dormono pagati come schiavi. E poi opifici derelitti, crolli, intossicazioni, morti sul lavoro. Non solo all’estero ma anche in Italia o nel cuore dell’Europa. Il tutto non per produrre solo falsi ma anche rinomate griffe. Che regolarmente davanti a questi bollettini di guerra, emettono comunicati, prendono le distanze, protestano in un balletto ipocrita che racconta come uno dei principali problemi che la moda, non solo in campo etico, si trova ad affrontare è quello dei terzisti. Vale a dire il lavoro delle fabbriche delocalizzate cui commissionano gli ordini.

Molti marchi, per correre ai ripari, stanno introducendo nella mission aziendale anche elementi di comportamento etico con cui intendono vincolare anche i loro committenti. Ecco allora un colosso come Tommy Hilfiger introdurre fra le note aziendali anche l’elemento della “social responsibility”, la responsabilità sociale intesa non tanto in senso legale ma in senso morale. Un concetto che impone nel posto di lavoro rispetto per i diritti sociali e umani intesi nel senso più ampio del termine: niente sfruttamento umano, niente lavori forzati, niente cottimo, divieto assoluto di utilizzare manodopera infantile.

In Italia, paese che si sta lentamente risvegliando dalla sua inerzia in materia, spiccano le iniziative di Valentino, che si è dotato per statuto di un codice etico che permea tutti gli aspetti della vita aziendale, si schiera contro il lavoro schiavistico e definisce in maniera esaustiva il comportamento aziendale in merito alla gestione dei rifiuti e delle acque di reflusso. Un codice che vincola anche i fornitori a tenere comportamenti morali, proprio per evitare che l’azienda possa finire coinvolta in casi di malaffare e di comportamenti non limpidi. Una particolare attenzione nello statuto societario è dedicata alla deforestazione dell’Amazonia. Così tutto il pellame usato dalla holding è scelto fra quelli che non derivano da allevamenti nati dalla distruzione di quell’ambiente, così come è stata bandita dalla fabbricazione qualsiasi fibra nata dallo stesso procedimento. Luisa Ciuni

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FUR ABOLITION

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Backstage della campagna fw 2015 di BOSS

L’uso della pelliccia nella moda è controverso da molti anni. Da un lato gli animalisti e molte celebrities ne domandano l’abolizione completa dalle collezioni sottolineando le crudeltà verso gli animali commesse da allevatori e le orribili condizioni in cui le bestie vengono tenute e uccise. Dall’altro lato, colli, stole e capi interi sono talmente “dentro” al fashion che pochi stilisti, anche se consci del problema, hanno avuto il coraggio di eliminarli del tutto. La pellicceria non è, comunque, solo un problema di umanità verso gli animali, ma di inquinamento. Infatti i procedimenti utilizzati per lavorare le pelli sono molto onerosi per l’ambiente. Un elemento che si è saldato a quello morale e che ha generato piano piano nel tempo una crescente disaffezione – per lo meno in una determinata fascia di consumatori occidentali – nei confronti del genere. Non tutto il pubblico è uguale e non tutti gli stilisti ragionano allo stesso modo. Di poco tempo fa è la decisone di Stella McCartney di non usare la lana della Patagonia. Una risoluzione presa dopo avere visto le sofferenze inflitte ai greggi dai tosatori. Si arriverà sul suo esempio ad una moda vegan? Difficile a dirsi. Ma qualche prodromo c’è. Intanto il marchio Hugo Boss ha annunciato, a partire dalla collezione autunno-inverno 2016, il varo di linee del tutto fur-free, libere anche della pelliccia di coniglio, la meno costosa. Il marchio utilizzerà solo eco-pellicce ed eco-pelle. La decisione è stata preannunciata nel bilancio di sostenibilità 2014, a riprova di quanto i temi etici oramai siano diventati così importanti da entrare nei consigli di amministrazione esulando dalla sensibilità dei singoli. Iniziative analoghe sono state prese anche da Tommy Hilfiger, Calvin Klein, e, per gli italiani, da Geox. Luisa Ciuni

The use of fur in fashion has been debated for years.

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INNOVATION AND CRAFTMANSHIP

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Uno degli scatti della campagna f/w 2015 di Salvatore Ferragamo

Mentre il presidente Usa Obama annuncia un piano senza precedenti nella storia per ridurre le emissioni di gas nell’ambiente, alcuni marchi della moda precorrono i tempi. L’ultimo ad annunciare iniziative sostenibili, cioè che limitino l’impatto di costruzioni e produzioni sull’ambiente, è Salvatore Ferragamo. L’azienda ha fatto realizzare a Osmannoro una nuova palazzina di 4 piani dotata dei piu’ moderni dispositivi anti-inquinamento. Strutture fotovoltaiche e riscaldamento geotermico si uniscono addirittura ad un parcheggio per biciclette e a uno per il car sharing. Un’attenzione verticale, quindi, che va dalle necessità piu semplici – in questo caso la necessità di lasciare il mezzo con cui si va al lavoro- con quelle più ampie e di grande impatto come il rispetto dell’ambiente. Ferragamo concorre, con la nuova costruzione, all’ottenimento del Leed Platinum. Contemporaneamente, ha varato un progetto di aiuti di nuova generazione alla Cambogia: per limitare anche in Estremo Oriente le emissioni di C02 donerà dei water purifier a filtro, che consentono di purificare l’acqua senza farla bollire. Una serie di iniziative concrete che pongono l’azienda fiore all’occhiello del Made in Italy all’avanguardia nel mondo della moda etica e che si uniscono alla costante attenzione al valore artigianale del prodotto, alla creatività e alla salvaguardia del diritto d’autore. Perchè la difesa dell’originalità fa parte dei compiti della moda etica quanto la sostenibilità ambientale. Ma se su questa qualcosa inizia a muoversi, non altrettanto si può dire in un mondo dove la copia e il falso – che non sono la stessa cosa- sono ancora tollerati e spesso addirittura ben visti. Luisa Ciuni

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FASHION METISSAGE

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Nell’ultimo «Milan Fashion Global Summit», gli imprenditori di settore hanno scoperto la moda sostenibile. Possiamo dire, addirittura, che ne hanno decretato la fortuna, che l’hanno fatta diventare un trend. Lo slogan è stato «Mangia come ti vesti». Che significa – in parole povere – vestitevi domandando qualità negli abiti e negli accessori. E pretendete che siano realizzati a basso impatto ambientale. C’è da rallegrarsi o da preoccuparsi? Lo vedremo in seguito se e come il progetto si realizzerà. Cosa non facile. Infatti se la produzione pulita del tessile è un must cui dobbiamo aspirare, lo è altrettanto il miglioramento delle condizioni umane e lavorative degli sconosciuti operatori della moda low cost, male alloggiati, mal pagati ed esposti a sostanze tossiche (e questo solo per farla breve). Ma ciò interessa a pochi. Perché se l’alto artigianato Made in Italy è da sempre un fiore all’occhiello del rapporto qualità/prezzo – dato che giustifica il costo del prodotto con l’ingegno, la bontà della materia prima e l’originalità con cui viene eseguito da persone adeguatamente retribuite – questo non può dirsi della miriade di prodotti che arrivano nei negozi da tutto il mondo. Un progetto interessante di delocalizzazione della produzione volto al miglioramento della qualità della vita degli abitanti del paese, è intanto portato avanti dalla stilista italo-haitiana Stella Jean. Stella ha scelto di realizzare una parte della collezione Primavera/Estate 2015 impiegando tessuti realizzati in Burkina Faso da gruppi di tessitrici locali, organizzati in cooperative e in aziende individuali, coordinati tutti da un hub centrale, gestito dal programma di moda etica «Ethical Fashion Initiative» di ITC, agenzia dell’ONU. Stoffe, colori e lavorazioni sono bio; taglio e gusto fusion o occidentali. Un buon incontro. Luisa Ciuni
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THE TRUE COST

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La locandina del docufilm “The True Cost”

Il primo dei film di Cannes ad arrivare a Milano è stato “The true cost” di Andrew Morgan, un docufilm spezzato da interviste sul “vero prezzo” della moda low cost. Un buon montaggio evita alla pellicola il peso di troppe immagini pesanti. Schiavi bambini, lavanderie industriali inquinanti e sartorie/pollaio sono infatti intervallate da interviste a personaggi del settore e da frame di sfilate. L’insieme è gradevole perché mostra la realtà produttiva dell’Estremo Oriente accanto ai riti del fashion occidentale per culminare con la corsa ai saldi: una specie di 3000 siepi a ostacoli per assicurarsi al ribasso qualcosa che ha già un prezzo iniziale stracciato. Il tutto per spiegare che i temi dell’etica sono stati fatti propri anche dal cinema. “The true cost” non entrerà probabilmente nei circuiti di cassetta ma rappresenta un’interessante presa di coscienza, tanto più interessante ai fini pratici, in quanto molto visibile. C’è da dire che davanti ad uno dei problemi che la pellicola espone, quello dei rifiuti industriali e dell’emergenza ambientale, una certa sensibilizzazione si nota sia in Italia sia a livello internazionale. Nel nostro paese il «fatto a mano» diventa una vittoria della creatività e dell’artigianato italiano mentre sono un buon numero le aziende che producono prodotti totalmente tracciabili come italiani. Nel caso del fashion internazionale, invece, a muoversi contro l’inquinamento ambientale sono spesso le holding. Fra queste Timberland, che ha ha fatto della sostenibilità territoriale uno dei suoi obiettivi annuali e ha incluso nel programma anche gli spesso non calcolati trasporti. L’azienda americana ha varato uno stabilimento in Olanda che è un gioiello dal punto di vista della tutela ambientale, con l’accortezza di possedere uno sbocco sul porto di Rotterdam che evita l’uso dell’aereo per la distribuzione del prodotto. Produzione e distribuzione safe come obbiettivo aziendale. Un’idea da diffondere. E premiare. Luisa Ciuni

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