STYLE MAGAZINE OCTOBER 2016 – COVER STORY

STYLE MAGAZINE OCTOBER 2016 – COVER

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SPORTWEEK 24 SETTEMBRE 2016

IO DONNA SCHEMA LIBERO ITALIA-FRANCIA 1-1

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Italy-France 1-1. France/Italy: the eternal conflict between two very similar cultures, between two countries that, after all, respect each other but often understand each other. In spite of the intellectual inclinations that we have in common, the love for art, gardening, food, design and fashion, just to mention a part of them, we think that french people are too snobbish and they think that we are too rowdy. There’s a little bit of truth in both cases, indeed…But their “snobbery” comes from the awareness of a sense of national union and cohesion that we – unfortunately – don’t feel so much. In this column we usually talk about fashion; let’s stay on the topic. Feminine fashion comes from them. The pret-à-porter from us. Fabrics are italian, but the skill and the genius of Yves Saint Laurent and Christian Dior are a milestone and, to this day, a model. The haute couture in french, while mensfashion comes from Italy. Nobody wins, nobody loses. But the natural elegance of our cousins has no equals in the world. They have a natural, almost unaware, style. They don’t show off like us, but you can notice them at a long distance. Maybe it means something. Ph. by William Klein from the book Paris+Klein (Contrasto Due).

CRUELTY FREE

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Stella Mc Cartney, che a novembre presenterà la sua prima linea di menswear

Produrre inquina. Di conseguenza, molte aziende del fashion, non potendo rinunciare a farlo, si stanno strutturando per limitare al massimo i danni sull’ambiente. Ma siccome il concetto di moda etica è estremamente vasto e diversificato, alcuni marchi sono andati oltre l’attenzione verso l’impatto ambientale.

Alcuni si sono focalizzati sui tessuti, altri sulle condizioni di lavoro dei propri operai mentre altri, sommando in un’unica sintesi i fattori, hanno stabilito di varare solo prodotti “cruelty free”, fabbricati cioè senza sofferenza animale, con una seria attenzione ai terzisti e utilizzando al massimo materiale riciclato per limitare danni a fiumi, laghi, montagne, aria.

Una soluzione di necessario compromesso che, nella sua portata complessiva, ricorda un po’ il mondo dei vegani (nel bene e nel male). Perché riesce ad evitare pelle, piume, pellicce e persino certi tipi di lana per non causare sofferenza agli animali, ma non rinuncia al sintetico. Tema fortissimo quello animalista, tema urticante: decisione che comporta molti sacrifici di stile e che, in certi casi, vende plastica o cotone rinforzato al prezzo delle stoffe o dei materiali più raffinati. Un doppio affare? All’acquirente arriva un prodotto che non sempre vale il costo richiesto, essendo costituito da materiali poveri. Ma non usare pellame riduce l’inquinamento ambientale e il consumatore finale condivide questa opzione, grazie anche a una moral persuasion planetaria.

Stella McCartney è una paladina del “cruelty free“, tanto che la sua azienda si autodefinsce “vegetariana” ed ha eliminato non solo i derivati animali ma anche quelli il cui utilizzo comporta ulteriori elementi di crudeltà verso le bestie come la lana d’angora. Il marchio ha realizzato una catena animalista verticale che non cede a compromessi di sorta. Nel mondo del cuoio cucito a mano, la sua ultima invenzione sono le scarpe “Brody”, modello dalle linee unisex. Nessuna bestia è stata sacrificata per fabbricarle e sono perfettamente eco-friendly. Speriamo che Crozza non lo scopra mai, se no finisce a sketch come col cuoco vegano. Luisa Ciuni

 

Manufacturing pollutes. As a consequence,

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