streetstyle

C COME COAT

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A sinistra, scatto di Federico Miletto per The Men Issue, Styling Giovanni de Ruvo. A destra, scatto di streetstyle (fonte: http://blog.trashness.com/)

L’alfabeto della moda oggi chiama in causa la lettera C: Coat, in italiano Cappotto.

Capo di derivazione contadina o militare, il cappotto è andato col tempo a sostituire i mantelli e le pellicce dell’antichità, diventando non solo un alleato indispensabile contro il freddo invernale, ma soprattutto un simbolo di appartenenza ad un determinato ceto sociale.
Infatti, ricordo che, passeggiando da bambino per le vie del corso della città con i miei genitori, specialmente durante le domeniche invernali o durante le festività natalizie, vedevo famiglie intere passeggiare, imbellettate, con capelli e barbe perfette, scarpe lucide e spazzolate, dove il capo famiglia primeggiava su tutti per le fattezze e l’importanza statuaria del proprio cappotto. Spalle larghe, materiale spesso, dalla caduta verso il basso rigida e impeccabile, quasi regale: il passeggiare si trasformava in una gara a chi, fra tutti gli uomini, avesse il capospalla più bello; un pavoneggiarsi, dove il premio finale, ai miei occhi, era quello di far parte della famiglia più benestante ed importante della città.

Anche nei film il cappotto era portato dall’attore più bello, dal protagonista, seguito puntualmente dal suo sottoposto, o maggiordomo, che in chiaro atto di servilismo lo aiutava ad indossarlo prima di uscire.
Esempio lampante della sua importanza simbolica lo abbiamo nel film Il Cappotto, tratto dal racconto di Nikolaj Gogol, ed interpretato da Renato Rascel, dove si percepisce quanto questo capo di abbigliamento sia l’oggetto del desiderio di un impiegato comunale che deve ottenerlo a tutti i costi, per sentirsi parte integrante di una società che altrimenti non lo considera.

In commercio lo si trova realizzato in panno di lana, in cachemire, monopetto o doppiopetto, di varie lunghezze, con la manica Raglan e con spalmature che lo rendono impermeabile; ne esistono davvero in svariati modelli e materiali. Un fedele alleato ed un pezzo immancabile nell’armadio di un uomo, ed ormai non più solo per i mesi freddi.
La moda, oggi, lo ha sdrammatizzato, dandone una nuova visione: accanto al cappotto formale, “divisa”, insieme all’abito sartoriale, dell’uomo di potere, è passato ad essere capo modaiolo, creato in varie fogge e colori, sfoderato, stampato, abbinato a felpe con cappuccio, e sovrapposto a giubbotti in denim, per la stagione invernale, tanto come per quella primaverile ed estiva.
Nello scatto realizzato per The Men Issue da Federico Miletto, il cappotto (Fall/Winter 17/18, Paltò), realizzato in panno di lana spigata con manica raglan, è abbinato ad una camicia indossata su un dolcevita e a dei pantaloni, tutti sulla scala cromatica dei grigi, con dei boots in pelle, per un’allure modaiola ma sempre classicheggiante; in quello a fianco invece abbiamo uno scatto di street style, che ci offre un’idea di come un cappotto simile possa essere indossato, in modo più libero e casual, nella vita “reale”. Nella gallery, invece, vi offriamo una carrellata di uscite di sfilata della stagione f/w 17/18 – con alcune anticipazioni dalla prossima s/s – per avere uno spaccato sulla visione dei maggiori designer. Giovanni de Ruvo

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L COME LEATHER

SITO ALE NOVEMBREScatto di Federico Miletto per The Men Issue, Styling di Giovanni de Ruvo.

Abiti Bottega Veneta

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A sin., street style dalla New York Fashion Week; a ds. Gucci f/w 2017

L’alfabeto della moda oggi chiama in causa la lettera L: Leather, in italiano Pelle.

Chi di noi non ha, o non ha mai avuto, un capo in pelle nel proprio armadio?

Negli anni 50 simbolo di ribellione giovanile e della cultura Rock’n’Roll, basti pensare a John Travolta in “Grease”, o a Marlon Brando ne “Il Selvaggio”, o a Steve McQueen ne “La Grande Fuga”: tutti personaggi amanti di uno stile deciso diventato iconico, che ha portato la giacca in pelle ad essere, oggi, un capo irrinunciabile ed evergreen.

In tutti questi casi si tratta di giubbotti in pelle corti, come l’intramontabile A-2 dei piloti della U.S.A.F., o lo Schott Perfecto, che ha segnato radicalmente lo stile biker; dei grandi classici, da vero duro.

Tutto cambia, però, se la giacca si allunga, quasi a diventare un moderno mantello: una scelta forse più coraggiosa; un capo più coprente, si, ma che allo stesso tempo ti punta quasi un occhio di bue addosso, diventato un must have nel panorama musicale Dark, New Wave e nella moda Gotica.

Quindi si passa dalla ribellione degli anni 50, attraverso la ricchezza policroma dei 60, con le frange di Jimi Hendrix, fino alla semplificazione sintetica del cappotto lungo in pelle, che ritroviamo come divisa d’elezione in gruppi come i Velvet Underground e nei Joy Division. Divisa adottata anche nel cinema per identificare dei veri e propri dark man, come Brandon Lee ne “Il Corvo” e Keanu Reeves in “Matrix”.

Nella moda, in tutte le loro varianti, sono da sempre presenti, basti pensare a Vivienne Westwood con il Punk style, e ancora a Yves Saint Laurent, che ebbe per primo l’idea di creare un intera collezione in pelle, seguito poi da Dior, Versace e Gucci.

Proprio dalla f/w attuale di Gucci vi proponiamo una rivisitazione in chiave romantica (e no gender) del cappotto in pelle; nello scatto a fianco invece abbiamo un esempio più “realistico” di styling catturato  durante una fashion week a New York. Nello scatto realizzato per The Men Issue da Federico Miletto, mostriamo come il cappotto in pelle possa accompagnare un look da sera, con tanto di papillon in velluto e camicia in lurex (total f/w 17/18 Bottega Veneta). Giovanni de Ruvo

 
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C COME CORDUROY

INDOSSATO

Scatto di Federico Miletto per The Men Issue, Styling di Giovanni de Ruvo.

Abiti Brunello Cucinelli

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A sin., uno scatto di street style (Soletopia); a ds., Prada f/w 2017

Una questione di carattere: pare che Woody Allen ne sia ossessionato, e anche i Pearl Jam, nel 1994, ne hanno fatto il titolo di una loro grande canzone di successo.

Il corduroy, meglio conosciuto come velluto a coste, che trasmetta una sensazione “Shabby chic”, da boscaiolo, da sinistra radicale o da professore di letteratura in università, mai come in questa stagione è stato riproposto da quasi tutti gli stilisti, in tutte le salse.
Un ritorno alla semplicità, anche se relativa: in questa sua rinascita, oltre che dalle classiche toppe sui gomiti, è arricchito da applicazioni, multi tasche, frange, e lo troviamo in vestibilità slim fit o super over, abbinato alla pelle o a caldi maglioni in angora.
Prada lo esalta in tutte le sue sfaccettature, con tasche applicate, inserti in pelle o pelliccia, abbinato a gioielli di metallo e legno e collane di conchiglie.
Se ci si imbatte in foto degli anni 60-70, quasi sicuramente troveremo gruppi di amici e/o coppie avvinghiate in un abbraccio dove lui porta il pantalone in velluto a coste abbinato ad un stivaletto con tacco, e lei camicetta leggera e gonna in velluto sopra il ginocchio.
Un’immagine romantica d’altri tempi, che ci fa pensare anche ai nostri genitori, e dove epoche diverse possono incrociarsi dandoci sempre un nuovo concetto di “Corduroy” (velluto a coste appunto, dal Francese Cour du Roi, corte del Re, tessuto utilizzato inizialmente per gli abiti da caccia dei domestici reali), come in un film dove un moderno Oscar Wilde, seduto ad un caffè letterario, incontra lo sguardo di una Diane Keaton che passeggia per le vie della città.
Qui ve lo proponiamo in tre scatti: uno da sfilata Fall/Winter 17/18 Prada, uno di street style, immortalato per strada durante una fashion week, mentre quello appositamente scattato per The Men Issue, da Federico Miletto, vede protagonista un completo della fall/winter 17/18 Brunello Cucinelli, dove l’abito in velluto a coste è abbinato ad un cappotto sempre in velluto, ma con una colorazione ed una costa differente e più spessa. Giovanni de Ruvo

 

It’s a matter of personality: … Continua a leggere →